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Marco Belinelli è campione NBA. Anche l’Italia vince tra i giganti del Basket

marco belinelli

I cestisti italiani: Bargnani, Belinelli, Gallinari e Datome

Se una decina di anni fa avessimo chiesto in giro per il mondo ad appassionati e tifosi di basket un giudizio o un parere su cestisti italiani, molto probabilmente la risposta sarebbe stata questa:
“Mai sentito parlare di giocatori italiani. Non ne conosco”.
Poi otto anni fa la musica è cambiata con Andrea Bargnani prima scelta assoluta di tutto il draft del 2006. Un caso isolato? Assolutamente no visto che negli anni a venire al di là dell’Oceano sbarcheranno anche Marco Belinelli, Danilo Gallinari e Gigi Datome.
Una tendenza che potrebbe continuare, visto che il capitano dell’EA7 Milano Alessandro Gentile sembra destinato a sbarcare a breve negli States.

Il mondo del basket, e soprattutto l’NBA, sembrano quindi essersi accorti anche di noi. Ancor di più dopo quanto avvenuto pochi giorni fa, con la conclusione delle Finali NBA.
Il quinto titolo vinto meritatamente dai San Antonio Spurs (4-1 la serie finale dominata contro i Miami Heat), rappresenta per la pallacanestro italiana un risultato storico, impensabile fino a pochi anni fa: per la prima volta un cestista italiano è campione NBA.

Il “prescelto” stavolta non è il sempre fenomenale LeBron James (sconfitto proprio dagli Spurs nelle Finals ma alla sua quarta finale consecutiva), ma un ventottenne italiano nato e cresciuto nel bolognese 28 anni fa: Marco Belinelli.
La favola di un ragazzo che da piccolo si alzava alle 3 di notte col fratello per vedere le Finals NBA, sognando un giorno di poterle giocare e vincere, è diventato realtà.
Del resto, quando esordisci in serie A con soli 16 anni sulla carta d’identità, significa che non sei uguale a tutti gli altri, ma che qualcuno, lassù, ti ha regalato qualcosa di speciale, un dono in possesso di pochi fortunati: il talento.
Non sempre però basta solo il talento per sfondare. Servono gli attributi, un carattere di ferro, la voglia di ripartire anche dopo mazzate e delusioni, la capacità di rispondere solo sul campo alle critiche che quotidianamente ti piovono addosso.
E’ solo grazie a questo mix di elementi che il “Beli” ha scritto una nuova pagina dello sport italiano; portando il Tricolore a sventolare sopra il trofeo che ogni giocatore di basket vorrebbe toccare e alzare al cielo: il Larry O’Brien Trophy.

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Gli esordi di Marco Belinelli

Gli esordi alla Virtus e la vera esplosione alla Fortitudo Bologna, avevano fatto brillare gli occhi agli osservatori e scout di mezzo mondo, tanto che nell’estate del 2007 Marco decise di tentare il grande salto per approdare tra i campionissimi del campionato NBA.
Venne scelto come diciottesima scelta al primo giro del draft dai Golden State Warriors, realizzando così il sogno di diventare un giocatore NBA.
Le difficoltà però per Belinelli cominciarono presto. Pochi minuti in campo, poca fiducia da parte dell’allenatore, e addirittura la possibilità di essere girato nella categoria inferiore, la D-League, dove gli “scarti” dell’NBA hanno maggior possibilità di giocare.
Due stagioni molto complicate coi Warriors, poi il passaggio nei Toronto Raptors di Andrea Bargnani. Cambia la squadra, ma meno i risultati. Pochi minuti in campo, pochi punti e fiducia nei suoi confronti che comincia a calare sempre di più.

Nonostante le difficoltà e le critiche, Marco non molla

Le critiche sono all’ordine del giorno; da chi lo accusa di non essere un giocatore d NBA, a chi lo sprona a tornare in Europa perché là, in America, il livello è troppo alto per lui.
Sono probabilmente gli anni peggiori della sua carriera, ma la perseveranza di Marco è encomiabile.
Non ci sta a perdere la sfida, non ci sta a tornare in Europa da perdente. Non ha sicurezze e garanzie, ma decide di rischiare e continuare a credere in se stesso e nei propri mezzi.

Il boom nel 2011

I suoi sforzi cominciano a essere premiati dalla stagione 2010/2011, quella che segna il suo passaggio a New Orleans. E’ qui che inizia a tutti gli effetti la sua carriera NBA. Da semplice comparsa, diventa sempre più un punto fermo degli Hornets e beneficia degli assist di Chris Paul per far vedere al mondo le sue grandi doti di tiratore.
Dopo due stagioni a New Orleans, Marco non si accontenta e decide di provare un’altra sfida, quella con i Chicago Bulls, la squadra di uno dei suoi grandi idoli Michael Jordan.
La sfida non è facile ma Belinelli la vince. Tanti minuti in campo, tanta fiducia da parte del coach e dei compagni e tanti punti a referto, anche in partite chiave durante i playoff.
Tutti si aspetterebbero una conferma con i Tori, ma un po’ a sorpresa Chicago opta per altri piani e se lo lascia scappare.

Il grande coach Gregg Popovich capisce che l’occasione è ghiotta e non vuole lasciarsi scappare quel talento italiano. Lo chiama per giocare a San Antonio dopo l’amara conclusione delle serie finali, perse con Miami 4-3.
Belinelli non ci pensa un attimo. Vuole vincere ed essere nella squadra di Duncan, Parker e del suo vecchio amico Ginobili, gli pare subito la miglior occasione per farlo.
Mai scelta fu più azzeccata. Chi temeva una stagione da panchinaro fisso si deve ricredere ancora.

Con gli Spurs, infatti, Marco si consacra definitivamente ad alti livelli e dimostra di poter essere una pedina importante anche per una squadra con quattro titoli NBA in bacheca.
Oltre 11 punti di media, record di punti personali (32), vincitore della gara da 3 punti all’All Star Game, e soprattutto il 15 giugno diventa il primo italiano di sempre a vincere un campionato NBA.

E’ qualcosa di veramente incredibile. Sono campione Nba, nessuno lo avrebbe mai detto. Questo successo è per la mia famiglia e per tutti quelli che hanno creduto in me. Ma lo voglio dedicare anche a tutti quelli che in questi anni mi hanno criticato, a chi diceva che non sarei mai riuscito a crescere in questa Lega.
Loro mi hanno dato una carica e una motivazione incredibile e adesso sono campione Nba.

Fa una fatica incredibile Marco a far uscire queste parole subito dopo il trionfo in Texas.
Per lui è impossibile trattenere le lacrime, ancor di più quando ringrazia i suoi famigliari e coloro che non lo hanno abbandonato anche quando tutti lo criticavano.
Ma è proprio da loro, i detrattori, che Marco ha saputo trovare le giuste motivazioni per continuare a coltivare il suo sogno. In un certo senso lo hanno spronato e lo hanno spinto ancor di più a migliorarsi giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, senza mai gettare la spugna quando sarebbe stato facile farlo.
E invece ha vinto lui, con la sua perseveranza, la sua tenacia e con quel talento capace di far innamorare migliaia di persone in tutto il mondo.

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